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Una questione di treni (e taxi)

Il mio nuovo blog. Voglio arrivare al 31/12/2013 con 365 storie.

365storie:

Oggi in ufficio ho cacciato in malo modo quattro mie colleghe che si erano assiepate dietro di me a guardare un vestito da sposa sul computer della mia vicina di scrivania. Si stavano comportando da femminucce e mi mettevano ansia. Ma queste forme di degenerazione sono in parte comprensibili, devo essere sincera: una di loro sta per sposarsi e un’altra… Be’, ha una storia spaventosa. Per comodità, la chiamerò Maria.

Maria sono circa sette anni che tutte le mattine prende il suo bel trenino dalla provincia milanese per penetrare nella grande città e raggiungere il suo posto di lavoro. E’ un tipo piuttosto metodico, quindi - treni permettendo - sono certa che ha fatto tutto quello che era in suo potere per salire sempre sullo stesso vagone dello stesso treno. Per diversi anni.

Un giorno un tizio si siede nello stesso vagone, lontano da lei ma in linea d’aria per poterla vedere in faccia. Il tizio, che per comodità chiamerò Mario, a un certo punto rompe il sacro silenzio mattutino dei pendolari ed esclama: “Tu sei Maria”. Viene fuori che Maria e Mario erano compagni d’asilo. Viene fuori che Mario quella mattina ha perso il treno, di solito prende il successivo. Viene fuori che Maria ha comprato casa e sta aspettando che il costruttore le dia le chiavi, manca poco. Viene fuori che anche Mario ha comprato casa nello stesso palazzo in costruzione. Tipo che si possono salutare dai rispettivi balconi.

Va da sé che questi tempo un anno sono andati a vivere insieme. E non posso fare a meno di pensare a Miranda di Sex and the City, quando dice a Charlotte che gli uomini sono come i taxi: quando sono disponibili la loro luce si accende. Più che gli uomini, la gente in generale a un certo punto accende le luci e inizia a cercarsi a vicenda, come omini con la pila in testa dentro una miniera crollata. Cioè, devo pensare che questo sia il destino (quel destino che avrebbe portato Cenerentola a perdere una scarpa per strada), o devo pensare che sia piuttosto la stupefacente civiltà di due persone che scelgono di salire sullo stesso taxi e, invece di prendersi a ceffoni, decidono di smezzare la corsa?

dariagalli:

NY è una continua scoperta: credi di andare al MoMA per vedere un celeberrimo autoritratto di Frida Kahlo e all’improvviso ti si palesa la Kahlo in persona…la gente qui, spesso, è molto più interessante di un’opera d’arte: passeggi per le strade, per i parchi o entri in un locale, e ti trovi davanti a uno spettacolo umano senza precedenti. Ognuno di loro è un personaggio che nemmeno Walt Disney riuscirebbe a inventarsi, e altre volte ti spaventi tanta è la somiglianza con alcune facce note…io ho già incontrato Frida, Pablo, Woody, Angelina (senza Brad), Julia, Andy, Gesù e pure il Buddha!

dariagalli:

NY è una continua scoperta: credi di andare al MoMA per vedere un celeberrimo autoritratto di Frida Kahlo e all’improvviso ti si palesa la Kahlo in persona…la gente qui, spesso, è molto più interessante di un’opera d’arte: passeggi per le strade, per i parchi o entri in un locale, e ti trovi davanti a uno spettacolo umano senza precedenti. Ognuno di loro è un personaggio che nemmeno Walt Disney riuscirebbe a inventarsi, e altre volte ti spaventi tanta è la somiglianza con alcune facce note…io ho già incontrato Frida, Pablo, Woody, Angelina (senza Brad), Julia, Andy, Gesù e pure il Buddha!

Science fiction - at least according to its official dogma - has always been about the impact of technology. But times have changed since the comfortable era of Gernsback, when Science was safely enshrined - and confined - in an ivory tower. The careless technophilia of those days belongs to a vanished, sluggish era, when authority still had a comfortable margin of control.

For the cyberpunks, by stark contrast, technology is visceral. It is not the bottled genie of remote Big Science boffins; it is pervasive, utterly intimate. Not outside us, but next to us. Under our skin; often, inside our minds.

Bruce Sterling, Mirrorshades, 1986


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I’m here, Spike Jonze

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